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Stefania Romito Giornalista & Scrittrice
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LA LINGUA SAPIENZIALE DI GIORDANO BRUNO

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Grazie alla scoperta dell’opera “Hieroglyphica” (attribuita ad un ignoto autore denominato Horus-Apollo) dedicata alla lingua geroglifica egiziana, alcuni umanisti compresero che Ermete Trismegisto non era affatto l’inventore dell’alfabeto (forma già degradata di comunicazione), ossia di un forma di scrittura più antica. Una sorta di comunicazione prelinguistica basata sulla visualizzazione grafica dei concetti.

Da quel momento in poi (siamo nel 1419) gli umanisti iniziarono a considerare i geroglifici esempi di una lingua sapienziale, filosofica e perfetta, in grado di riferirsi immediatamente (attraverso il disegno) all’essenza delle cose.

Mentre le parole (suoni di per sé privi di significato) hanno un rapporto solo convenzionale con le cose cui alludono, la rappresentazione di un concetto tramite un disegno riesce a esprimere la sua più intima natura evidenziandone aspetti occulti e inusitati. Si iniziò a pensare che gli antichi Egizi, per indicare l’idea di età disegnavano il Sole e la Luna, mentre per designare il tempo rappresentavano un serpente che si morde la coda, e così via.

La convinzione di essere riusciti così a svelare il segreto dell’antica sapienza egizia è ben visibile anche nello stile piuttosto tenebroso, inquietante e magico delle numerose illustrazioni che corredano diverse edizioni rinascimentali del testo di “Orapollo”.

Giordano Bruno, nel De magia (1590), individuò nei geroglifici addirittura la lingua degli dei. Così scrive: “Le lettere sacre degli Egizi erano immagini tratte dalle cose dalla natura, o da parti di esse. Servendosi di tali scritture, essi erano soliti impadronirsi, con meravigliosa abilità, della lingua degli dei. In seguito all’invenzione dell’alfabeto si determinò una grave frattura sia nella memoria, sia nelle scienze divine e magiche”. In sostanza, Bruno considera l’invenzione dell’alfabeto una sorta di allontanamento da quella forma di comunicazione iniziale che ci consentiva di comunicare con la divinità.

Questa nuova consapevolezza ebbe su Giordano Bruno dei significativi effetti. Da quel momento in poi la sua ricerca si orientò, come sottolinea Yates, nel rinvenire immagini, segni, voci, sigilli viventi che potessero risanare la frattura nei mezzi di comunicazione con la natura divina e, una volta trovati questi mezzi viventi di comunicazione e dopo averli impressi nella coscienza durante esperienze estatiche, unificare tramite essi l’universo quale si riflette nella psiche, acquisire quindi un potere magico e vivere la vita di un sacerdote egiziano in comunione magica con la natura.

In realtà l’interpretazione dei geroglifici egizi come lingua figurata è un colossale fraintendimento. L’egittologia ha dimostrato che gli Egizi usavano le immagini come segni fonetici, fonogrammi, più o meno come le lettere dell’alfabeto. La difficoltà degli studiosi è stata soprattutto quella di capire che i disegni tracciati dagli antichi scribi non avevano lo scopo di significare l’oggetto rappresentato, bensì quello di indicare un suono, un valore fonetico.

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