di STEFANIA ROMITO

L’ansia di infinito che caratterizzò il Romanticismo, insieme al desiderio dei filosofi idealisti di individuare un principio assoluto, portarono a una originale riflessione sui legami che sussistono tra il finito (ossia ciò che è concreto) e l’infinità.
Il poeta tedesco Novalis sintetizzò la nuova sensibilità in questi versi: “L’uno nel tutto e il tutto nell’uno/l’immagine di Dio nell’erba e nelle pietre/lo spirito di Dio negli uomini e negli animali/di questo dobbiamo compenetrarci”.
Ciò che Novalis intende dire è che uno spirito sensibile può cogliere l’infinità in qualsiasi cosa, in ogni particolare del mondo, perché l’infinito si manifesta nelle forme della finitezza. Un’idea che l’epoca romantica recepì fino in fondo percependo ovunque la presenza di qualcosa di ulteriore e misterioso.
D’altra parte, se ogni particolare può essere visto come frammento dell’universale, qualsiasi evento diventa espressione di un valore superiore. Tutta la cultura del primo Ottocento è dominata da questo schema mentale. In base a esso Shelling e Goethe formularono una filosofia della natura di tipo vitalista e organicista. I fenomeni vitali non sono spiegabili con le leggi della chimica, perché la natura è tutta vita, anche nelle sue parti minime. In un semplice stelo d’erba è possibile vedere l’azione di forze cosmiche che, tramite un’interna polarità di forze (di contrazione e di espansione), producono la complessità della natura e la sua progressiva evoluzione. Affermando di essere “panteista” come scienziato e “politeista” come poeta, Goethe vide nella natura una forza vivente, dinamica, animata e finalizzata. Un complesso organico talmente strutturato che ogni cosa ha senso solo come parte della globalità.
Vide anche che su questo punto si poteva registrare una confluenza tra l’arte e la filosofia. Infatti sia questa, sia la pittura, oppure la musica, o la poesia, tengono sempre a cogliere il nesso che lega la finitezza all’infinità.
Il rapporto tra finito e infinito è all’origine anche della riflessione di Hegel, secondo il quale la tesi costitutiva dell’Idealismo deve essere il motto: “Tutto ciò che è finito non è un vero essere”. Ciò che esiste in un determinato momento della storia del mondo, preso di per sé, propriamente non esiste, e in ogni caso sfugge a ogni possibilità di comprensione. In altri termini non è possibile analizzare la realtà (sia il mondo naturale sia la storia della cultura) isolandone una qualche parte e tentando di spiegarla di per sé, prescindendo dai legami che essa intrattiene con il resto, perché solo ed esclusivamente alla luce di questo essa diventa comprensibile.
Ciò che è parziale, delimitato, incompleto, in breve “finito”, non gode di una sua propria e autonoma esistenza. È una non-realtà che diventa comprensibile solo “risolvendosi” nell’infinità. Questa ha una natura ideale, anche se trascendente, ed è denominata da Hegel “spirito”.