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Stefania Romito Giornalista & Scrittrice
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“UN AMORE” DI BUZZATI – UN INNO ALL’UNIVERSALITÀ DELL’AMORE

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di Stefania Romito

“Un amore” non può che nascere da un’esperienza autobiografica. Credo che ci sia molto di Buzzati in questo libro, molto più di quanto lui stesso abbia voluto ammettere dichiarando di averlo scritto con la stessa spontaneità del “Deserto dei Tartari”, quindi con lo stesso impeto, con la stessa autenticità. “Un amore” di Dino Buzzati si differenzia da tutta la sua produzione letteraria sia precedente che successiva. Un romanzo che temporalmente si colloca dopo l’esperienza teatrale durata circa dieci anni (dal ’40 al ’50), caratterizzata dalla stesura di drammi, commedie e monologhi. Un periodo in cui Buzzati si avvicina all’esistenzialismo (la sua commedia “Un caso clinico” del ‘53 verrà tradotta in francese da Albert Camus) con l’approfondimento di temi che insistono sul valore specifico dell’individuo, sul suo carattere precario, sull’insensatezza, sull’assurdo, su quel senso di vuoto che caratterizza la condizione dell’uomo moderno, oltre al tema della “solitudine di fronte alla morte” (un tema presente anche nel “Deserto dei Tartari”).

È questo un periodo di grande fermento ideologico e culturale che finirà per riflettersi anche sulla sua produzione letteraria connotata da una specifica ricerca in direzione di una sperimentazione sia linguistica che tematica. Con  “Il grande ritratto” del 1960, viene affrontata per la prima volta da Buzzati il tema della femminilità. Un testo che, sotto certi aspetti, anticipa “Un amore” che esce nel ’63.

In questo libro Buzzati ha scelto di contemplare la tematica amorosa, rappresentando un amore difficile, complesso, angosciato. Un amore vissuto come dono ma anche come disgrazia. Un amore tormentato come può essere quello che un uomo prova nei confronti di una donna che non è sua, che non potrà mai essere soltanto sua, perché legata a moltissimi altri uomini, che, a differenza di lui, vedono in lei esclusivamente un oggetto sessuale per compiacere il proprio desiderio. Un desiderio che non ha valore di dignità. In questo romanzo Buzzati è riuscito a far comprendere il carattere di universalità di un sentimento come questo in una maniera intrinsecamente meravigliosa, realistica nella sua magicità (e qui torna il concetto di realismo magico buzzatiano). Un sentimento universale che si crede esclusivo. Buzzati invece ci dice: l’amore non è un sentimento esclusivo e non dobbiamo avere né pudore né timore di urlare tutte le luci e ombre che esistono in un sentimento così profondo, proprio perché è universale.

Quando il romanzo uscì nel 1963, pubblicato da Mondadori, suscitò parecchie polemiche. Venne tacciato di arido intellettualismo, di mancanza di passionalità e, inoltre, Buzzati fu accusato di speculare sul fenomeno del “lolitismo”, molto in auge ai tempi da quando Nabokov diede vita, con Lolita, a una figura di adolescente, che veniva rappresentata come una diabolica piccola seduttrice, sessualmente precoce. Oltre a queste critiche se ne aggiunsero altre. “Un amore” venne definito un romanzo esteticamente brutto, troppo ancorato alla realtà, quindi di gran lunga distante dalle atmosfere magiche, metafisiche e oniriche  della precedente produzione letteraria buzzatiana. Un romanzo connotato anche da un freddo erotismo. Fu quindi anche definito un romanzo erotico. Niente di più aberrante, a parer mio.

Nel romanzo erotico, è l’erotismo a dominare la narrazione, non sussistono altre implicazioni tematiche. Un erotismo avente l’esclusiva funzionalità di stimolare nel lettore il desiderio, la curiosità. Un erotismo che diventa un fine, mentre nel romanzo di Buzzati, la sessualità (che si manifesta attraverso descrizioni più o meno dettagliate di aspetti sessuali che comunque sono sempre circoscritti e limitati) è propedeutica alla gelosia di lui, funzionale al messaggio che deve emergere, quindi diventa un mezzo e non un fine. Una differenza di rilevante importanza. Buzzati in questo libro si avvale di una struttura inconsueta e di una dinamica narrativa innovativa. Si rifà alla tecnica del monologo interiore (l’esperienza teatrale gli deve essere venuta in aiuto in questo senso) perché un sentimento così intimo, se lo si vuole restituire in maniera persuasiva, non può che essere analizzato dal di dentro.

Al monologo interiore, scritto in prima persona (quindi al punto di vista interno al personaggio) alterna un punto di vista esterno, da narratore eterodiegetico, al fine di restituire una panoramica generale sui fatti, sugli accadimenti. Una alternanza che richiede abilità di scrittura non comune e che sorprende notevolmente il lettore. Questa dinamicità strutturale contribuisce ad arricchire l’intreccio, ma a Buzzati serviva un tipo di scrittura così strutturata proprio per ricreare la complessità e la confusione che vive una persona quando prova un sentimento così estasiante e, al contempo, distruggente. Un dinamismo strutturale e linguistico volto a simboleggiare il disagio interiore del protagonista.

Buzzati è stato definito “il Kafka italiano”, non soltanto per l’attitudine narrativa all’allegoria calata in un contesto realistico, il cosiddetto “Realismo magico”, ma anche per la stupefacente abilità di calarsi nell’interiorità di un personaggio fino a profanare i confini impenetrabili del suo subconscio. È  riuscito a esercitare questa funzione nell’ambito della scrittura restituendo il ritratto di un uomo che vive questo impulso come la più devastante delle malattie. Per quanto concerne la drammaticità dell’interiorizzazione del personaggio, è indubbiamente assimilabile a Kafka ma a renderlo singolare è proprio l’attitudine nel ricreare una dinamicità narrativa mediante l’utilizzo della prima e della terza persona in maniera così speculare.

https://www.corrierenazionale.net/2021/04/13/un-amore-di-buzzati-un-inno-alluniversalita-dellamore

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