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Si è svolto con straordinario entusiasmo e un’intensa partecipazione il nuovo appuntamento del ciclo di conferenze letterarie “Incontro con l’autore”, l’iniziativa ideata dalla dott.ssa Maria Rosaria Mormone (docente MAECI di materie letterarie presso il Liceo “Themistokli Gërmenji” di Korçë) e dalla prof.ssa Milda Papa, con il fondamentale e costante supporto della Biblioteka Publike “Thimi Mitko” diretta dalla dott.ssa Jorida Tollkuci.

Dopo i primi momenti del progetto, questo evento in diretta streaming ha segnato il primo e atteso incontro con la dott.ssa Stefania Romito — giornalista, scrittrice e saggista —, dal titolo Cesare Pavese: tra il mito, la solitudine e il mare, consolidando un’iniziativa nata con l’obiettivo profondo di edificare un ponte culturale e umano tra Italia e Albania.
Nel corso della sua lectio-conferenza, la dott.ssa Romito ha accompagnato gli studenti della classe XII della Sezione Bilingue Italo-Albanese del Liceo di Korçë in un itinerario critico organico e coinvolgente attorno alla figura di Cesare Pavese. L’intervento si è aperto ridimensionando la tradizionale ed eccezionalmente restrittiva etichetta neorealista spesso attribuita allo scrittore, per far emergere invece la sua complessa visione esistenziale e simbolica. Si è parlato del valore interiore del mito e del profondo legame con i ritmi ancestrali della natura, per poi ripercorrere l’esperienza fondamentale del confino a Brancaleone Calabro. Qui, nello scenario della Magna Grecia, Pavese scopre una “grecità profonda” e trasforma il mare Jonico nella vera e propria “quarta parete” del suo teatro dell’anima.
Il percorso è poi proseguito esplorando il lato visivo e moderno dello scrittore: la sua innata “grammatica dello sguardo”, la fascinazione per il ritmo e i dialoghi del cinema americano, fino alla celebrazione del dialogo tra letteratura e settima arte culminato nella celebre trasposizione del romanzo Tra donne sole nel capolavoro filmico Le amiche di Michelangelo Antonioni. A coronare questa complessa trama di rimandi stilistici e biografici sono state infine evocate le figure femminili che hanno attraversato la sua vita e la sua poesia, prime tra tutte l’attrice americana Constance Dowling, ispiratrice dei versi struggenti e immortali della raccolta Verrà la morte e avrà i tuoi occhi (continua a leggere






di Stefania Romito*
Nelle ultime settimane, un acceso dibattito ha infiammato gli ambienti culturali italiani, focalizzandosi sul ruolo e sull’opera del sommo poeta Dante Alighieri. Ciò che ha dato il via a questa controversia è stata una denuncia formale presentata da un gruppo di rappresentanti musulmani che hanno richiesto il divieto di insegnare l’opera dantesca nelle scuole italiane, argomentando che essa contiene contenuti discriminatori e islamofobici.
La denuncia, presentata da un’organizzazione musulmana nazionale, ha suscitato una serie di reazioni contrastanti in tutto il paese. Mentre alcuni hanno accolto la richiesta come un passo avanti verso una maggiore sensibilità culturale e religiosa, altri l’hanno vista come un attacco alla libertà accademica e all’eredità letteraria italiana.
Il nucleo delle accuse contro Dante Alighieri è centrato principalmente sulla sua opera più celebre, la “Divina Commedia”, e in particolare sull’immaginario rappresentato nell’Inferno. I denuncianti sostengono che la descrizione delle diverse bolge infernali, in cui i peccatori sono puniti in base ai loro crimini, perpetua stereotipi negativi nei confronti dei musulmani e della cultura islamica.
In particolare, si fa riferimento alla rappresentazione di Maometto, fondatore dell’Islam, nel canto XXVIII dell’Inferno, dove viene descritto come divisore e seminatore di discordia. Questa rappresentazione, secondo i denuncianti, alimenta sentimenti di odio e discriminazione nei confronti dei musulmani, contribuendo così alla marginalizzazione della comunità islamica in Italia.
La denuncia ha immediatamente scatenato un acceso dibattito in Italia, coinvolgendo intellettuali, accademici, politici e rappresentanti della comunità musulmana. Mentre alcuni hanno espresso solidarietà con la richiesta dei musulmani, sottolineando la necessità di riconsiderare il modo in cui vengono insegnati i classici letterari nelle scuole per garantire una rappresentazione equilibrata delle diverse culture e religioni, altri hanno difeso l’importanza di preservare l’eredità culturale italiana e il valore artistico della Divina Commedia.
Alcuni critici hanno anche sottolineato che la richiesta di vietare l’insegnamento di Dante potrebbe aprire un pericoloso precedente per la censura culturale e limitare la libertà accademica e artistica nel Paese. Hanno invece proposto di affrontare la questione attraverso un dialogo aperto e costruttivo, promuovendo una maggiore comprensione interculturale e un’interpretazione contestualizzata delle opere letterarie.
Personalmente rimango del parere che coloro che amano la cultura, e la letteratura come forma sublime di espressione, sanno benissimo che ogni autore, insieme alle sue opere creative, necessita di essere interpretato nel contesto della sua epoca. Non è fattibile valutare un’opera letteraria esclusivamente attraverso la lente dei nostri giorni, né giudicarla in base alle attuali circostanze. Fare questo è un tradimento al ciclo dell’evoluzione umana e intellettuale.
*giornalista e scrittrice

di Stefania Romito
Nel vasto corpus filosofico di Georg Wilhelm Friedrich Hegel, pochi concetti sono tanto cruciali quanto quello di “Aufhebung”. Spesso tradotto come “superamento”, “abolizione” o “conservazione”, l’Aufhebung rappresenta un’idea centrale nella dialettica hegeliana e, di conseguenza, nell’intera struttura del pensiero moderno. Questo termine complesso e multiforme incarna il dinamismo e la trasformazione che caratterizzano la filosofia di Hegel, offrendo un ponte tra la tesi, l’antitesi e la sintesi in un processo continuo di evoluzione concettuale.
La parola “Aufhebung” è ricca di significati ambigui e apparentemente contraddittori. In tedesco, il verbo “aufheben” può significare “sollevare”, “annullare” o “conservare”. Hegel sfrutta questa ambivalenza per illustrare il modo in cui un concetto o una realtà può essere allo stesso tempo superato, conservato e sollevato ad un livello superiore. Questo processo dialettico non elimina semplicemente una tesi di partenza, ma la integra e la trasforma attraverso il confronto con la sua antitesi, culminando in una sintesi che contiene gli elementi essenziali di entrambe le fasi precedenti.
La dialettica è il cuore del sistema hegeliano. Essa è un metodo di sviluppo e comprensione della realtà attraverso il conflitto e la risoluzione delle contraddizioni. Nella dialettica hegeliana, il movimento triadico di tesi, antitesi e sintesi rappresenta il modo in cui le idee e le realtà evolvono. La tesi è un’affermazione iniziale, l’antitesi è la negazione o il contrasto della tesi, e la sintesi è la risoluzione che riconcilia gli elementi validi di entrambe, superandole senza eliminarle del tutto. È in questo contesto che l’Aufhebung gioca un ruolo cruciale, poiché descrive esattamente come avviene questo superamento che conserva.
Nella “Filosofia della Storia” di Hegel, l’Aufhebung si manifesta nel progresso storico dell’umanità. Secondo Hegel, la storia è un processo razionale e teleologico in cui la libertà umana si sviluppa attraverso vari stadi di civiltà. Ogni stadio storico rappresenta una realizzazione parziale della libertà, che viene superata ma conservata nel successivo. Per esempio, lo Stato greco antico, con la sua enfasi sulla comunità, viene superato dallo Stato romano, che introduce il concetto di diritto universale, ma entrambi questi elementi vengono conservati e superati nella sintesi dello Stato moderno, che Hegel vede come una realizzazione più completa della libertà.
Nella “Filosofia della Natura”, Hegel applica il concetto di Aufhebung ai processi naturali, vedendo la natura come una manifestazione esteriore dello Spirito. Qui, le forme naturali inferiori vengono superate e conservate in quelle superiori, in un processo continuo di sviluppo. Nella “Filosofia dello Spirito”, l’Aufhebung è evidente nel progresso dello spirito umano attraverso varie fasi di consapevolezza e autocomprensione, culminando nella conoscenza assoluta.
Il concetto di Aufhebung ha avuto un’influenza profonda non solo nella filosofia, ma anche in altri campi del sapere, come la teologia, la sociologia e la teoria politica. Esso offre una chiave per comprendere il modo in cui le contraddizioni possono essere risolte in un processo dinamico di sviluppo, piuttosto che attraverso una semplice negazione o eliminazione.
La complessità e la profondità dell’Aufhebung mostrano come Hegel abbia cercato di catturare la fluidità e la trasformazione della realtà. Questo concetto, con la sua capacità di tenere insieme opposti apparenti e di vedere il progresso come un processo di conservazione e superamento, continua a stimolare e a sfidare i pensatori contemporanei. In un mondo sempre più complesso e interconnesso, credo che l’Aufhebung possa offrire un modello per comprendere come le tensioni e le contraddizioni possano essere affrontate e risolte in modo creativo e costruttivo.

di Stefania Romito
Jean-Paul Sartre, filosofo, scrittore e drammaturgo francese, è uno dei pensatori più influenti del XX secolo. La sua filosofia esistenzialista esplora temi profondamente radicati nell’esperienza umana, tra cui la libertà, l’angoscia e la responsabilità. Due concetti centrali nella sua opera sono la nausea e il pessimismo, particolarmente evidenti nel suo romanzo “La nausea” (1938) e nei suoi saggi filosofici. Ho cercato di analizzare come questi temi emergono nelle opere di Sartre e quale significato abbiano nel contesto della sua filosofia esistenzialista.
“La nausea” è il primo romanzo di Sartre e rappresenta un manifesto del pensiero esistenzialista. Il protagonista, Antoine Roquentin, è uno storico che vive una crisi esistenziale mentre si confronta con la natura dell’esistenza stessa. La nausea, che dà il titolo al romanzo, è una sensazione fisica e metafisica di disgusto che Roquentin prova nei confronti del mondo e della sua stessa esistenza.
La nausea in Sartre non è semplicemente una reazione emotiva o fisica, ma una rivelazione della condizione umana. È il risultato della presa di coscienza della contingenza dell’esistenza: le cose esistono “di per sé” senza alcun motivo o scopo intrinseco. Roquentin si rende conto che la realtà è “bruta”, priva di essenza, e questa realizzazione gli provoca una profonda nausea.
In questo senso, la nausea è una metafora della presa di coscienza dell’assurdità dell’esistenza. La scoperta che il mondo non ha un significato predefinito destabilizza Roquentin e lo costringe a confrontarsi con la totale libertà e responsabilità che caratterizzano la condizione umana. La nausea diventa quindi un’esperienza di autenticità, in cui l’individuo è costretto a riconoscere la propria libertà e il peso della propria esistenza.
Il pessimismo di Sartre è strettamente legato alla sua visione dell’esistenza umana. Sebbene il termine possa suggerire una visione negativa o deprimente, nel contesto del pensiero sartreano, il pessimismo è piuttosto una lucida consapevolezza delle difficoltà intrinseche della condizione umana.
Nel saggio filosofico “L’essere e il nulla” (1943), Sartre esplora la natura della libertà e della coscienza. La libertà, per Sartre, è totale e ineluttabile: l’essere umano è condannato a essere libero, senza alcuna giustificazione esterna che dia senso alle sue azioni. Questa libertà assoluta porta con sé una profonda angoscia, poiché ogni individuo è responsabile di dare significato alla propria vita in un universo privo di scopi intrinseci.
Il pessimismo di Sartre deriva quindi dalla consapevolezza della solitudine e dell’isolamento dell’individuo in un mondo indifferente. L’assenza di un significato predefinito costringe l’essere umano a confrontarsi con l’assurdità e la contingenza dell’esistenza. Questo confronto può portare a sentimenti di disperazione e alienazione, ma è anche un invito all’autenticità e alla creazione di significato attraverso le proprie azioni.
Nausea e pessimismo sono strettamente interconnessi nella filosofia di Sartre. Entrambi emergono dalla stessa consapevolezza dell’assurdità dell’esistenza e della radicale libertà dell’essere umano. La nausea è la reazione emotiva e fisica alla scoperta della contingenza del mondo, mentre il pessimismo è la visione intellettuale che riconosce la difficoltà di vivere in un universo privo di significato intrinseco.
Questi concetti non conducono necessariamente a una visione nichilista della vita. Al contrario, Sartre vede nella consapevolezza della nausea e del pessimismo un’opportunità per l’autenticità e la creazione di un significato personale. La presa di coscienza della libertà e della responsabilità individuale è una chiamata all’azione, un invito a vivere autenticamente e a forgiare il proprio destino in un mondo che non offre risposte preconfezionate.
Jean-Paul Sartre, attraverso la sua esplorazione della nausea e del pessimismo, offre una visione profonda e complessa dell’esistenza umana. Questi concetti sono al centro della sua filosofia esistenzialista, rivelando le sfide e le opportunità della condizione umana. La nausea e il pessimismo, lungi dall’essere semplicemente negativi, rappresentano una presa di coscienza necessaria per vivere autenticamente in un mondo privo di significato intrinseco.
Sartre ci invita a confrontarci con la nostra libertà e a creare il nostro significato, trasformando la disperazione in un’opportunità per l’autorealizzazione e la autenticità.

di Stefania Romito
Immanuel Kant, uno dei più influenti filosofi dell’Illuminismo, ha rivoluzionato il pensiero filosofico con la sua opera monumentale, la Critica della ragion pura (1781). Questo testo è considerato una pietra miliare nella storia della filosofia, introducendo un nuovo modo di comprendere la conoscenza, la realtà e la mente umana. Alla fine del XVIII secolo la filosofia europea era dominata da due correnti principali: il razionalismo, rappresentato da filosofi come René Descartes e Gottfried Wilhelm Leibniz, e l’empirismo, i cui principali esponenti erano John Locke e David Hume. I razionalisti sostenevano che la conoscenza derivasse principalmente dalla ragione, mentre gli empiristi insistevano sull’importanza dell’esperienza sensibile. Kant, influenzato dalle critiche scettiche di Hume, cercò di trovare una via di mezzo che potesse risolvere i problemi posti da entrambe le correnti. La Critica della ragion pura è il risultato di questo sforzo, un’opera che cerca di delineare i limiti e le possibilità della conoscenza umana.
Un concetto centrale nella Critica della ragion pura è la distinzione tra fenomeni e noumeni. Secondo Kant, noi non possiamo conoscere le cose in sé (noumeni), ma solo le cose come ci appaiono (fenomeni). Questo significa che la nostra conoscenza è sempre mediata dalle forme della nostra sensibilità (spazio e tempo) e dalle categorie del nostro intelletto (come causalità e sostanza). Kant introduce la nozione di “rivoluzione copernicana” in filosofia: come Copernico propose che i pianeti ruotano attorno al sole, e non viceversa, così Kant propone che non è la mente a conformarsi agli oggetti, ma sono gli oggetti a conformarsi alle strutture della mente. In altre parole, la conoscenza non è una semplice copia della realtà esterna, ma un’attiva costruzione dell’intelletto umano.
Un’altra parte fondamentale della Critica della ragion pura è la “dialettica trascendentale”, in cui Kant esplora le illusioni e gli errori in cui la ragione può cadere quando tenta di andare oltre l’esperienza possibile. Kant distingue tra l’uso legittimo della ragione, che riguarda i fenomeni, e l’uso illegittimo, che pretende di conoscere i noumeni. Ad esempio, la ragione umana tende a formulare idee metafisiche come l’anima, Dio e il mondo come totalità. Tuttavia, secondo Kant, queste idee non possono essere conosciute attraverso la ragione pura, poiché vanno oltre i limiti dell’esperienza. La dialettica trascendentale mostra come queste idee portino inevitabilmente a contraddizioni insolubili (antinomie) se trattate come oggetti di conoscenza.
Kant dedica una sezione significativa della sua opera all’estetica trascendentale, in cui esamina le condizioni a priori della sensibilità: spazio e tempo. Egli sostiene che spazio e tempo non sono proprietà intrinseche delle cose in sé, ma forme della nostra intuizione sensibile. Questo significa che percepiamo gli oggetti nello spazio e nel tempo perché la nostra mente struttura l’esperienza in questo modo. Questa intuizione ha profonde implicazioni per la scienza e la filosofia: implica che le leggi della fisica, ad esempio, non descrivono il mondo come è in sé, ma come appare a noi attraverso le forme della nostra sensibilità. Questo non diminuisce la validità della scienza, ma ne definisce il campo di applicazione.
La Critica della ragion pura ha avuto un impatto duraturo sulla filosofia, influenzando correnti di pensiero come l’idealismo tedesco, il criticismo e persino il pensiero contemporaneo. Kant ha mostrato che la conoscenza umana è limitata ma strutturata da principi universali, gettando le basi per un nuovo modo di concepire la relazione tra soggetto e oggetto, mente e mondo. Il suo lavoro ha stimolato un ripensamento radicale della metafisica e della teoria della conoscenza, stabilendo un punto di riferimento imprescindibile per ogni successiva riflessione filosofica. In un’epoca in cui la scienza e la tecnologia continuano a trasformare la nostra comprensione del mondo, la Critica della ragion pura rimane un’opera di straordinaria rilevanza, invitandoci a riflettere sui limiti e le possibilità della ragione umana.

di Stefania Romito
Arthur Schopenhauer, uno dei più influenti filosofi del XIX secolo, ha dedicato gran parte della sua opera alla ricerca del significato della vita e alla natura della felicità umana. La sua prospettiva sulla felicità, tuttavia, si discosta radicalmente dalle concezioni ottimistiche dei suoi contemporanei, offrendo un’analisi profonda e spesso pessimistica della condizione umana.
Per Schopenhauer, la felicità è strettamente legata al concetto di volontà, che egli considera il motore primario di ogni azione umana. Tuttavia, secondo il filosofo tedesco, la volontà è intrinsecamente insaziabile e soggetta a una continua ricerca di soddisfazione. Questo desiderio inesauribile è alla radice del dolore e della sofferenza umana che Schopenhauer considera inevitabili e insuperabili.
Schopenhauer sostiene che la volontà di vivere sia la forza primaria che guida ogni essere vivente, dando origine alla molteplicità e alla diversità del mondo fenomenico. Questa volontà, tuttavia, è intrappolata nel ciclo eterno di desiderio e delusione, poiché l’individuo cerca costantemente la soddisfazione dei propri desideri senza mai raggiungerla pienamente.
Nonostante la sua visione cupa della natura umana, Schopenhauer riconosce la possibilità di esperienze di felicità che possono temporaneamente sospenderne il dolore. Questi momenti di tranquillità e contemplazione, noti come “stati estetici”, si verificano quando l’individuo si libera temporaneamente dalle preoccupazioni e dai desideri del mondo quotidiano, immergendosi nell’arte, nella musica o nella natura.
Schopenhauer suggerisce che l’unica via per raggiungere una forma duratura di felicità sia attraverso il rifiuto del desiderio stesso. Egli ritiene che l’ascetismo e il distacco dal mondo materiale possano portare alla liberazione dalla schiavitù della volontà, consentendo all’individuo di raggiungere uno stato di pace interiore e serenità.
Per Schopenhauer la felicità non risiede nel perseguimento dei desideri o nel raggiungimento di obiettivi materiali, quanto piuttosto nella rinuncia al desiderio stesso e nell’accettazione della condizione umana. Sebbene la sua prospettiva possa sembrare estremamente pessimistica, offre una profonda riflessione sulla natura del desiderio e della soddisfazione umana, invitando l’individuo a una forma più profonda di consapevolezza e comprensione del proprio io.
di Stefania Romito

Georg Wilhelm Friedrich Hegel, uno dei più influenti filosofi tedeschi del XIX secolo, ha lasciato un’impronta indelebile sulla storia del pensiero occidentale con la sua elaborata filosofia dello Spirito e del concetto di realtà. Tra i suoi concetti chiave figura quello della realtà come “Spirito Infinito”, un’idea che ha suscitato dibattiti e interpretazioni diverse nel corso dei decenni successivi. Per Hegel, la realtà non è statica, ma un processo dinamico in cui lo Spirito si manifesta e si sviluppa attraverso una serie dialettica di tesi, antitesi e sintesi. Questo processo, noto come “dialettica hegeliana”, è fondamentale per comprendere la sua visione della realtà. Hegel sostiene che la realtà è essenzialmente spirituale e che lo Spirito è il principio fondamentale che permea tutto ciò che esiste.
Nella filosofia di Hegel, lo Spirito non è solo un principio metafisico, ma anche la forza motrice della storia umana. Egli crede che la storia sia guidata dallo Spirito, che si manifesta attraverso il progresso dialettico delle idee e degli eventi. Questo processo dialettico porta alla realizzazione dello Spirito Infinito, che si raggiunge quando la coscienza individuale si rende conto della propria identità con lo Spirito assoluto. Secondo Hegel, la realizzazione dello Spirito Infinito avviene attraverso il processo dialettico della storia umana. Questo processo è caratterizzato dalla lotta tra tesi e antitesi, che alla fine si risolve in una sintesi superiore. Questa sintesi rappresenta un passo avanti nell’evoluzione dello Spirito, portando alla realizzazione progressiva della libertà e della coscienza.
Nonostante l’influenza duratura della filosofia di Hegel, il suo concetto della realtà come Spirito Infinito non è stato privo di critiche. Alcuni filosofi successivi hanno contestato la sua visione idealistica della storia e della realtà, sottolineando invece l’importanza dei fattori materiali e contingenti nella formazione della storia umana.
La filosofia di Hegel continua ad esercitare un’influenza significativa sulla filosofia contemporanea, specialmente per quanto riguarda il suo concetto della realtà come Spirito Infinito. Sebbene le sue idee siano state oggetto di dibattito e interpretazione, la sua visione dinamica e dialettica della realtà continua a ispirare nuove riflessioni e approfondimenti nel mondo della filosofia.

di Stefania Romito
Il rapporto tra scienza e potere è il nucleo centrale dell’ultimo libro di Pierfranco Bruni La panacea letale (Ferrari Editore). Un pamphlet incisivo e tagliente che irradia le sue radici in un remoto passato dal sapore d’eresia e che contempla l’annosa questione smascherando i nervi scoperti di un sistema sociopolitico che in questa era pandemica disvela una deleteria labilità.
Nell’epoca pre-scientifica si pensava all’erudito come a un mago. Il depositario del sapere era sinonimo di intelligenza superiore. La conoscenza veniva quindi concepita come forma di potere ad appannaggio di pochi e impiegata come arma di sottomissione di massa.
Lo sviluppo della conoscenza scientifica ha condotto a un incremento delle pari opportunità conoscitive dell’intelligenza umana. Ma questa “democrazia del sapere” ha realmente contribuito a ridurre l’abuso di conoscenza da parte di un sistema che di fatto continua a rimanere oligarchico?
Democrazia della scienza come “democrazia di conoscenza”. Questo uno dei tanti inesplicabili quesiti che affronta Pierfranco Bruni nel suo poderoso saggio. Un attraversamento tra figure del passato che hanno versato sangue per “sete di conoscenza” e per desiderio di divulgazione di un sapere concepito come progresso dell’umanità.
Il pensiero di Bruni si proietta nell’intricato percorso esplorato fino a dissolversi nella consapevolezza che la scienza dovrebbe essere svincolata da ogni cappio ideologico e politico per divenire esclusivo strumento di progresso degli uomini e non causa della loro distruzione. Un messaggio urlato al mondo anche da un indulgente Brecht nel suo Galileo in cui disquisisce sul rapporto tra scienza e potere esaminando le responsabilità dello scienziato in ambito filosofico, politico ed etico.
Brecht individua nel “tradimento” e nel “disimpegno” le panacee letali della comunità scientifica, ossia la tentazione dello scienziato di rimettere nelle mani dei potenti il suo sapere non curandosi di eventuali abusi e strumentalizzazioni. Un tradimento che si annulla nel suo disimpegno vissuto come esclusione dal dibattito politico per opera di quella classe intellettuale che non attribuisce valore culturale alla scienza.
Brecht richiama la scienza e la società all’impegno sociale e politico, nel senso più nobile del termine, nella persuasione che gli scienziati debbano difendere la loro libertà che è libertà di tutti.
Assunti investigati anche da un Bruni osservatore di verità mai rivelate, come l’irrisolto “caso Marojana”, la cui vicenda continua a nuotare nei palustri fondali dell’enigma. Un episodio imperscrutabile che origina nell’epocale dibattito che infiammò la comunità scientifica alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. La scienza era tenuta a fornire al totalitarismo nazista il proprio contributo di conoscenza e di applicazioni, violando un codice etico che si sarebbe dovuto preservare? Come deve essere letta la scomparsa di Majorana avvenuta dopo aver intrecciato rapporti con la comunità scientifica tedesca e la pubblicazione del suo saggio sulla teoria nucleare?
Bruni come Brecht, ma anche come Sciascia e come tutti quei grandi pensatori che non si astennero dal considerare fallimentare una scienza che non pone al centro l’essere umano in quanto “individuo”. Uniti nella struggente consapevolezza che il rifiuto del concetto di “antropologia dell’essere” non può che condurre a una fatale filosofia dell’incertezza.

di Stefania Romito
“Un amore” non può che nascere da un’esperienza autobiografica. Credo che ci sia molto di Buzzati in questo libro, molto più di quanto lui stesso abbia voluto ammettere dichiarando di averlo scritto con la stessa spontaneità del “Deserto dei Tartari”, quindi con lo stesso impeto, con la stessa autenticità. “Un amore” di Dino Buzzati si differenzia da tutta la sua produzione letteraria sia precedente che successiva. Un romanzo che temporalmente si colloca dopo l’esperienza teatrale durata circa dieci anni (dal ’40 al ’50), caratterizzata dalla stesura di drammi, commedie e monologhi. Un periodo in cui Buzzati si avvicina all’esistenzialismo (la sua commedia “Un caso clinico” del ‘53 verrà tradotta in francese da Albert Camus) con l’approfondimento di temi che insistono sul valore specifico dell’individuo, sul suo carattere precario, sull’insensatezza, sull’assurdo, su quel senso di vuoto che caratterizza la condizione dell’uomo moderno, oltre al tema della “solitudine di fronte alla morte” (un tema presente anche nel “Deserto dei Tartari”).
È questo un periodo di grande fermento ideologico e culturale che finirà per riflettersi anche sulla sua produzione letteraria connotata da una specifica ricerca in direzione di una sperimentazione sia linguistica che tematica. Con “Il grande ritratto” del 1960, viene affrontata per la prima volta da Buzzati il tema della femminilità. Un testo che, sotto certi aspetti, anticipa “Un amore” che esce nel ’63.
In questo libro Buzzati ha scelto di contemplare la tematica amorosa, rappresentando un amore difficile, complesso, angosciato. Un amore vissuto come dono ma anche come disgrazia. Un amore tormentato come può essere quello che un uomo prova nei confronti di una donna che non è sua, che non potrà mai essere soltanto sua, perché legata a moltissimi altri uomini, che, a differenza di lui, vedono in lei esclusivamente un oggetto sessuale per compiacere il proprio desiderio. Un desiderio che non ha valore di dignità. In questo romanzo Buzzati è riuscito a far comprendere il carattere di universalità di un sentimento come questo in una maniera intrinsecamente meravigliosa, realistica nella sua magicità (e qui torna il concetto di realismo magico buzzatiano). Un sentimento universale che si crede esclusivo. Buzzati invece ci dice: l’amore non è un sentimento esclusivo e non dobbiamo avere né pudore né timore di urlare tutte le luci e ombre che esistono in un sentimento così profondo, proprio perché è universale.
Quando il romanzo uscì nel 1963, pubblicato da Mondadori, suscitò parecchie polemiche. Venne tacciato di arido intellettualismo, di mancanza di passionalità e, inoltre, Buzzati fu accusato di speculare sul fenomeno del “lolitismo”, molto in auge ai tempi da quando Nabokov diede vita, con Lolita, a una figura di adolescente, che veniva rappresentata come una diabolica piccola seduttrice, sessualmente precoce. Oltre a queste critiche se ne aggiunsero altre. “Un amore” venne definito un romanzo esteticamente brutto, troppo ancorato alla realtà, quindi di gran lunga distante dalle atmosfere magiche, metafisiche e oniriche della precedente produzione letteraria buzzatiana. Un romanzo connotato anche da un freddo erotismo. Fu quindi anche definito un romanzo erotico. Niente di più aberrante, a parer mio.
Nel romanzo erotico, è l’erotismo a dominare la narrazione, non sussistono altre implicazioni tematiche. Un erotismo avente l’esclusiva funzionalità di stimolare nel lettore il desiderio, la curiosità. Un erotismo che diventa un fine, mentre nel romanzo di Buzzati, la sessualità (che si manifesta attraverso descrizioni più o meno dettagliate di aspetti sessuali che comunque sono sempre circoscritti e limitati) è propedeutica alla gelosia di lui, funzionale al messaggio che deve emergere, quindi diventa un mezzo e non un fine. Una differenza di rilevante importanza. Buzzati in questo libro si avvale di una struttura inconsueta e di una dinamica narrativa innovativa. Si rifà alla tecnica del monologo interiore (l’esperienza teatrale gli deve essere venuta in aiuto in questo senso) perché un sentimento così intimo, se lo si vuole restituire in maniera persuasiva, non può che essere analizzato dal di dentro.
Al monologo interiore, scritto in prima persona (quindi al punto di vista interno al personaggio) alterna un punto di vista esterno, da narratore eterodiegetico, al fine di restituire una panoramica generale sui fatti, sugli accadimenti. Una alternanza che richiede abilità di scrittura non comune e che sorprende notevolmente il lettore. Questa dinamicità strutturale contribuisce ad arricchire l’intreccio, ma a Buzzati serviva un tipo di scrittura così strutturata proprio per ricreare la complessità e la confusione che vive una persona quando prova un sentimento così estasiante e, al contempo, distruggente. Un dinamismo strutturale e linguistico volto a simboleggiare il disagio interiore del protagonista.
Buzzati è stato definito “il Kafka italiano”, non soltanto per l’attitudine narrativa all’allegoria calata in un contesto realistico, il cosiddetto “Realismo magico”, ma anche per la stupefacente abilità di calarsi nell’interiorità di un personaggio fino a profanare i confini impenetrabili del suo subconscio. È riuscito a esercitare questa funzione nell’ambito della scrittura restituendo il ritratto di un uomo che vive questo impulso come la più devastante delle malattie. Per quanto concerne la drammaticità dell’interiorizzazione del personaggio, è indubbiamente assimilabile a Kafka ma a renderlo singolare è proprio l’attitudine nel ricreare una dinamicità narrativa mediante l’utilizzo della prima e della terza persona in maniera così speculare.
https://www.corrierenazionale.net/2021/04/13/un-amore-di-buzzati-un-inno-alluniversalita-dellamore