di STEFANIA ROMITO

Un passato mai dimenticato che si intreccia a un futuro presente che ha sapore di oggettiva realtà. Valori fondanti dell’esistenza che riaffiorano nell’anima tormentata di un uomo alle prese con la spasmodica ricerca di se stesso. Relazioni amicali che hanno la stessa valenza di quelle familiari e che si incastrano come pezzi mancanti di un puzzle nell’esistenza del protagonista.
Il nuovo libro di Otello Marcacci, dal titolo Tempi supplementari (edito da Edizioni Ensemble), racconta la vita di ciascuno di noi osservata con la lente di colui che si interroga sul mistero del proprio destino rinvenendo, nella coerenza in se stesso e nella consapevolezza di ciò che realmente conta, quei chiarori del bosco zambraniano che permettono di non smarrirsi e di vedere sempre la luce oltre l’orizzonte del buio. Un’oscurità in cui i ricordi costituiscono appigli di una memoria alla quale aggrapparsi per non sprofondare nel gorgo muto pavesiano.
Tuttavia se è vero che la realisticità del narrato (connotato da un intreccio che si regge per lo più sui dialoghi trattanti spesso temi sociali e politici) lascia poco spazio all’onirico, è altrettanto vero che questo iperrealismo viene a tratti scandito da un immaginario in cui la partita di calcio assume valenza mitologica divenendo una nuova Itaca in un viaggio labirintico nel nostos dell’anima.
In questo libro, fortemente intriso di “perle” esistenziali, lo sport, come in molti libri di Otello Marcacci, torna a rappresentare la metafora della nostra esistenza. Una partita interrotta, in una epoca in cui il passato ha colorato il tempo di mito, si insinua nella problematica quotidianità dei vari personaggi rappresentando uno strumento di sublimazione di quelle che sono le più nobili qualità umane. Un sublimatore di sentimenti ma anche un mezzo per riscoprire se stessi. Perché, come recitano le meravigliose parole contenute in questo libro: “Il calcio è come la vita, ti scivola tra le mani, ci sono momenti in cui domini, altri in cui stai sotto e soffri. Alcune volte vinci, spesso perdi, altre ancora ti sembra di avere una seconda possibilità, come se l’arbitro ti concedesse i tempi supplementari. Se hai davvero fortuna puoi arrivare ai calci di rigore, ma a quel punto ti devi giocare il tutto per tutto e se fallisci sei fuori e ti resta solo la voglia di tornare indietro. Solo che non si può”.
Un libro, non solo da leggere, ma da interiorizzare dal quale emerge la consapevolezza che la diversità è solo negli occhi di chi guarda e che le difficoltà e le sconfitte sono opportunità per riproporsi in una veste nuova, pronti per affrontare quella partita infinita che si chiama “Vita”.